Contro il "Paese Semplice"

by ares 18. marzo 2008 11.08

[E' appena stato pubblicato on line il numero 21 di Giap, la newsletter elaborata dalla fucina Wu Ming. Di questo numero riporto l'editoriale. Mi  sembra importante per il momento storico italiano che stiamo attraversando, che pare una parentesi elettorale di breve durata e invece esprime visioni che minacciano di modificare geneticamente il nostro futuro. Per accedere al nuovo numero di Giap, basta cliccare qui. Per iscriversi alla newsletter dei Wu Ming, questo è il link]

Gente sempliceIn un recente discorso alla Confartigianato, il candidato premier del Partito Democratico ha dichiarato che la sua "ossessione" è quella di "fare un Paese semplice". La frase riguardava in particolare la burocrazia, ma nei giorni successivi, ripetuta in altri contesti, è diventata un vero e proprio slogan: dal Paese normale di Massimo D'Alema al Paese semplice di Walter Veltroni
Se interrogate l'oracolo di Google con la parola "semplicità", dalle prime dieci risposte potete distillare questa sintesi:
"C'è un grande bisogno di semplicità. Convivere con la complessità è solo un'inefficiente e inutile perdita di tempo, di attenzione e di energia mentale. E' necessaria una notevole intelligenza per essere semplici. Il pubblico, ormai saturo di slogan e promesse non mantenute invoca chiarezza e semplicità. La gioia delle piccole cose."
In un senso o nell'altro, l'ossessione di Veltroni sembra piuttosto condivisa. 
Il mio modesto parere è che all'Italia servirebbe una ricetta per molti versi opposta: innamorarsi della complessità.
L'aggettivo semplice deriva dal latino simplex, formato dal prefisso sin(e) = senza e dal sostantivo plica = piega, oppure dalla radice sa- che indica unità (cfr. singolo = piccola unità, insieme, simultaneo, sempre) e plak- = mescolo, lego, con il significato etimologico di senza piega, ovvero piegato una volta sola. Si contrappone quindi da un lato a molteplice (piegato molte volte) e dall'altro proprio a complesso (cum = insieme + plecto = intreccio, che ha la stessa radice plak- di plico).
Rispetto all'uso, il Dizionario De Mauro della lingua italiana  propone svariate definizioni:

1. composto di un solo elemento, non mescolato, puro.
2. privo di complessità.
3. privo di ornamenti eccessivi, essenziale, poco raffinato, naturale, sano.
4. spontaneo, senza malizia, ingenuo.
5. con valore limitativo (s. domanda, soldato s.)
6. erba medicinale

Da subito, quindi, i seguaci del Semplice hanno un problema: il loro aggettivo prediletto ha una semantica complessa, molteplice, ambigua. 
Che cosa dobbiamo intendere per Paese semplice? Possiamo intendere un concetto preciso oppure chi usa quel termine allude di fatto a un'intera galassia di senso?
Nel significato 1, l'idea di Paese semplice ha un vago retrogusto ariano e di certo contrario alla storia d'Italia, nazione bastarda e meticcia come poche altre. Con buona pace dei razzisti, il popolo italiano non esiste, né in senso biologico né come portatore di una cultura, anche solo per il fatto che la cultura non si porta e non si ha: la cultura si fa.
Ma il Paese semplice di tipo 1 potrebbe anche essere qualcosa di meno nazista e di più ecumenico: "formato da un solo elemento" perché abitato da cittadini tutti uguali. Achtung! Quello dell'uguaglianza universale è spesso un trucchetto, per poter dire che chi è diverso non è davvero diverso, è solo più indietro, manchevole, arretrato. Se non è uguale a noi, arriverà ad esserlo, diamogli tempo.
"Siamo tutti uguali, le classi sociali non esistono, non sono mai esistite, erano solo un modo complicato e cattivo di descrivere la realtà". Il Paese semplice di tipo 1 piacerebbe molto al Cav. Mussolini Benito e a Papa Ratti (Pio XI).
Il Paese semplice di tipo 3 sarebbe anche auspicabile. Peccato che a ben guardare si tratti di un paese complessochiunque abbia provato ad abbracciare uno stile di vita più "sano" e sostenibile, con un impatto ambientale meno devastante, sa che si tratta di una scelta molto intricata e faticosa.
Semplicità volontaria è la traduzione italiana del termine downshifting, ovvero, secondo Wikipedia:  "la scelta di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero". Non vedo come questa semplicità possa essere quella di un paese, sempre auspicato da Veltroni, che deve aumentare i salari, rilanciare i consumi e  "spingere l'acceleratore della crescita". 
Va tutto benissimoIl Paese semplice di tipo 4 potrebbe contrapporsi a quello dei furbi, e non sarebbe male. Tuttavia, credo sarebbe ancora meglio tenersi la malizia e buttare a mare i furbetti.
Il Paese semplice di tipo 5 esiste già. Limitato, ghettizzato e provinciale: ne abbiamo già scritto abbastanza.
Il Paese semplice di tipo 6 dipende dall'erba in questione. Nel caso dell'Italia, si direbbe la coca, l'unico acceleratore della crescita che ancora funzioni. Ma la coca dà anche molte complicazioni. Se si vuole un paese semplice, che non fa una piega, un paese di sedotti e sedati, patria di un fascismo zen non autoritario, meglio usare la valeriana.
Arriviamo al significato 2, il più immediato:  gli accoliti del Semplice sembrano preferirlo.
Spesso tirano in ballo la scienza e la sua predilezione per le spiegazioni più semplici e lineari. Già settecento anni fa Guglielmo da Occam raccomandava che "Pluralitas non est ponenda sive necessitate". Io sono laureato in logica: conosco il piacere anche estetico di dimostrare in due passaggi quello che altri hanno ottenuto con pagine di simboli. Ma scienza e logica sono soltanto una parte, una piccola parte, della nostra vita. Una spiegazione semplice è sempre meglio di una complessa, ma a patto che renda conto degli stessi fenomeni, nessuno escluso. Una soluzione semplice non è sempre meglio di una complessa. Tutto dipende da cosa si vuol risolvere, e a che prezzo. Nel Paese semplice di Veltroni sarà possibile fare "un'impresa in un giorno".  E magari due morti bianche ogni ora, per non complicarsi la vita.
Si possono usare parole semplici, frasi semplicissime, ma se una realtà è complessa non si può descriverla in due battute rapide prima dello stacco pubblicitario. I catecumeni della semplicità si lamentano delle troppe complicazioni, ma a me pare che in Italia vada di moda l'esatto contrario: siamo un paese ancora all'inseguimento del mainstream, convinti che la "gente a casa" non sia in grado di seguire tre concetti in fila, sorpresi dal successo di libri "difficili", con argomenti "tosti".
Noi stessi, come cantastorie, ci siamo spesso definiti "riduttori creativi di complessità", ma tutto sta nello spirito con cui si opera la riduzione. John Maeda sostiene che per raggiungere la semplicità bisogna "sottrarre l'ovvio e aggiungere il significativo". Più che una definizione è uno scaricabarile: che cos'è ovvio? Che cos'è significativo? Un libretto di istruzioni ben fatto è privo di ridondanze, ogni riga è efficace e informativa. Peccato che la realtà non sia un aspirapolvere. La u dopo la q non dice niente di nuovo, eppure in italiano scriviamo così. Amare la complessità significa interrogarsi sul nome, la storia e gli ingredienti di quello che ci sta intorno. Se vado in vacanza in montagna, non posso tornare a casa senza aver mai aperto una mappa dei dintorni. Se vado al mare in Egitto, non posso mangiare spaghetti per una settimana. Amare la complessità non significa complicarsi la vita, come facevano Aldo, Giovanni e Giacomo quando davano un nome sardo a ogni foglia, a ogni goccia di pioggia. Le foglie si chiamano foglie, ma un albero può chiamarsi faggio, quercia, ulivo, ontano, sicomoro.
Il Paese semplice rischia di essere il paese delle rane bollite. Se ne parla più sotto, proprio a proposito della mentalità del ghetto: se metti una rana nell'acqua bollente, salta via (o forse: muore all'istante). Se la metti nell'acqua fredda e aumenti la temperatura poco per volta, si lascia bollire senza scappare. 
Meglio di così non potrebbe andareLa rana bollita odia la complessità. Vuole concetti chiari, precisi, senza sfumature. O l'acqua è calda oppure l'acqua è fredda, punto. 
Allora tu la metti in guardia: "Occhio che adesso alzo la temperatura". Ma lei non sente la differenza. Tu allora la avverti di nuovo: "Attenta che la alzo di altri 0,05 gradi". Lei non sente niente. Tu vorresti avvertirla ancora, ma lei ti blocca. Che fastidio tutti questi avvisi. Che inutile complicazione. "Aumenterai la temperatura sempre di 0,05 gradi?", ti chiede. Rispondi che è così. Bene, pensa la rana. E' evidente che aumenti del genere non fanno alcuna differenza. L'acqua resterà sempre fredda, cioè ospitale. "Non seccarmi più", ti dice la rana, "adesso voglio dormire in pace".
In pace. In una pentola di acqua semplice, senza increspature e senza pieghe. Perché le pieghe fanno paura, nascondono mostri, e in fondo il famigerato bisogno di sicurezza è solo un altro nome per il bisogno di semplicità. Non a caso colpisce ovunque: anche nei quartieri più tranquilli, perché in realtà l'insicurezza non nasce dal crimine, ma dall'odio per la complessità. 
L'evoluzione ci mette 50 millenni a selezionare la specie adatta per un determinato ambiente. I nostri cervelli saranno "adatti" a questo mondo nel 52008, anno più, anno meno. Al momento, cercano di barcamenarsi con quello che hanno, ed è naturale che la complessità li infastidisca. 
Ma soltanto amandola è possibile ridurla senza tradirla.
Soltanto un paese che ama la complessità può evolversi e vedere il futuro. [WM2]

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Politica

Frasi "storiche"

by ares 17. marzo 2008 13.48

Ogni tanto, mentre faccio pulizia delle centinaia di email che insozzano il mio povero OE, trovo qualche cosa che ho scritto in qualche email notturna con qualche amico.
Questa è del 16 maggio 2007:

in questo momento mi sento come Grissom nella 5a puntata di CSI 7a serie, dove affronta il suo rapporto con Dio e dice la sua sulla religione. In breve, preservo il mio rapporto con Dio, ma senza intermediari. Direi andante verso il buddismo come filosofia .....

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Personali

Rita Borsellino

by ares 15. marzo 2008 14.45

Mi si rivolta l’anima quando vedo tanti alzare le spalle mentre avvengono incredibili offese alla legge e alla legalità.
No, bisogna gridare perché tutti si rendano conto di quel che accade.
E non smettere di gridare finché non ci sentiranno anche coloro che non vogliono sentire.

Rita Borsellino

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Politica

Non c'é limite al peggio

by ares 13. marzo 2008 19.59

Durante la trasmissione "Tg2 Punto di Vista" una ragazza chiede all'ex premier come può un giovane mettere su famiglia e affrontare un mutuo con la precarietà nel mondo del lavoro, e Berlusconi risponde così:

Da padre il consiglio che le do è quello di ricercarsi il figlio di Berlusconi o di qualcun'altro che non avesse di questi problemi. Con il sorriso che ha potrebbe anche permetterselo.

Voto: 0

Il commento di Bertinotti:

Anche se resa in forma di battuta scherzosa questa dichiarazione di Berlusconi è allarmante, perché indicativa di una cultura che tende a proporre ai giovani la loro realizzazione fuori dalla loro condizione ordinaria di vita: può essere il matrimonio come la televisione o la lotteria.

Dura la replica dell'impiegato Bonaiuti:

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Politica

La grana Ciarrapico

by ares 11. marzo 2008 17.43

In questi giorni tutti a parlare delle dichiarazioni di Giuseppe Ciarrapico sul suo presunto appoggio al fascismo dichiarato in un'intervista a Repubblica:

 Il fascismo "mi ha dato sofferenze e gioie ma non l'ho mai rinnegato"

Affermazioni che ha precisato qualche ora dopo al Corriere:

Sono fascista. Ma in senso culturale e non politico. È una questione di memoria. Di cuore. Di storia personale. Di ideali 

E passi pure che oggi invece ha rinnegato le sue precedenti dichiarazioni con una nuova dichiarazione "di comodo" alla ADNKronos:

Il fascismo appartiene al nostro passato e il giudizio su questo periodo drammatico della nostra storia e' bene che sia lasciato agli storici.

Ma a me, quello che rode, è che nessuno si ostina a ricordare la storia di quest'uomo, che possiamo così riassumere:

  • quattro anni e mezzo di reclusione, ridotti a tre in cassazione per la vicenda della Casina Valadier;
  • cinque anni e mezzo di reclusione, ridotti a quattro e mezzo in appello per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi;
  • il suo intervento nel caso Lodo Mondadori, sollecitato dal suo amico Giulio Andreotti;
  • presidente della Roma calcio dal 1991 al 1993, quando dovette lasciare perché arrestato per bancarotta fraudolenta;
  • nel 2000 condannato per finanziamento illecito ai partiti.

Giusto per capirci insomma, un pluripregiudicato, che se fosse un cittadino qualsiasi starebbe marcendo ancora nelle patrie galere.

Invece il berlusca lo ha "candidamente" candidato con queste motivazioni:

È un bene averlo schierato dalla parte del Popolo delle Libertà. È un editore che ha dei giornali importanti, credo che sia assolutamente importante che questi giornali non siano ostili.

Questo spiega, anche chi si ostina ad avere il prosciutto sugli occhi, quale sia l'attuale situazione della politica italiana.

Pagina di Giuseppe Ciarrapico su Wikipedia

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Politica

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